CENNI STORICI

Ad arguire dal fatto che il primo a parlarne è Varrone nel I secolo a.C., la castagna non doveva essere molto accetta, anzi spregiata come alimento farinaceo da plebei.

E' certo che, da allora, la castagna rappresenterà specie per le genti bracciantili un utile sostituto o una possibile alternativa, seppur non altrettanto valida sotto il profilo nutrizionale, alla cicerchia, alla fava, al farro, al panìco, all'orzo ed al grano.

Quindi, sin dai tempi più antichi i poveri avevano imparato a macinare le castagne secche e a trarne sfarinati da impiegare, come succedanei delle più pregiate e più costose farine cereali, nella confezione di zuppe, farinate, polente, puree, focacce, castagnacci. Il rimedio era senz'altro efficace a colmare i morsi della fame ma non abbastanza ad assicurare il necessario apporto proteico.

Lasciati alle spalle i tempi bui e tristi della fame e della carestia, durante i quali la castagna rappresentò un valido rimedio all'imperversare della fame, come a S. Restituta nel 1534, ai nostri giorni la castagna non ha più la funzione di cibo integratore del mangiare quotidiano.

Perduto questo ruolo la castagna ne ha assunto un altro, più voluttario, senz'ombra di dubbio, nutrizionalmente marginale, ma non per questo tale da sminuire il significato alimentare di frutto sano, gustoso e piacevole. Adatta e duttilmente adattabile a tanti piatti diversi, la castagna è assieme al vino rosso, del quale è sposa ideale, piacevole compagna nelle brumose serate d'autunno e nelle gelide notti d'inverno.